«L’anoressia è stata tutto per me per tanti anni…un tutto unificante, totalizzante. Ero alle soglie dell’adolescenza quando la conobbi e ne rimasi ammaliata. Se la dovessi “personificare” la descriverei come una signora esile, dal profilo sottile, dita leggiadre un po’ ossute (ma non troppo), capelli lunghi, corvini, modi raffinati e…perché no? un tailleur di Chanel. Venne a bussare alla mia porta in uno dei tanti momenti di buia solitudine di quel periodo in cui cercavo spasmodicamente una via di fuga dalla freddezza di una famiglia frammentata. Mi tese la mano e con la sua voce armoniosa mi invitò a seguirla. Iniziò così la mia avventura nell’intricato mondo dei Disturbi della Nutrizione e dell’Alimentazione (come ora vengono pomposamente etichettati dal DSM).
Cosa mi colpì di lei? Credo principalmente due cose (tailleur di Chanel a parte): onnipotenza e tempo. L’essere umano per sua natura è tormentato da quell’insostenibile leggerezza che lo spinge a porsi interrogativi esistenziali sconcertanti, rimirando l’infinito da dietro la siepe dei suoi limiti in un naufragio che, almeno per la sottoscritta, di dolcezza aveva poco. Sul ciglio di questo baratro, lacerata da un senso di vuoto e di finitudine indicibili, Lei (l’anoressia) mi regalò la possibilità di controllo: controllo sul cibo, controllo sui cosiddetti “bisogni primari”, controllo sui miei istinti, sui pensieri, controllo dell’Altro, quell’Altro che tanto mi spaventava, di cui non sapevo cosa farmene e che con Lei al mio fianco potevo tenere in scacco, scacco matto. E poi il tempo…dannato tempo… Cosa intendo per tempo? Mi riferisco al suo trascorrere inesorabile, al suo fuggire via e all’angoscia che questo suscita: un’angoscia atavica senza consolazione. Difficile da descrivere a parole… Ma con Lei, la mia compagna, la mia signora, tutto questo veniva cancellato dall’illusione di poter fermare il corso degli eventi, di poter fissare il mio essere nel tempo e nello spazio: un corpo bambino, senza tracce di donna, un corpo controllato, un burattino al servizio dell’anima in un dualismo cartesiano diventato ossessione paralizzante. Fu così che, senza accorgermene, anzi convinta di avere in mano le redini della mia vita, finii nel baratro, nella voragine della cieca anoressia.
E oggi? Beh sono qui. Esisto nel senso più profondo della parola. Vivo da sola, ho un lavoro e una parvenza di rete sociale. E lei? Difficile a dirsi… Lei è ancora con me in un certo senso: mi accarezza dopo una giornata frustrante, mi sussurra nell’orecchio con il suo fascino irresistibile… Ma resisto a quella vertigine, a quella voglia di cadere, mi aggrappo alla vita, rinunciando a quel godimento mortifero che ora riconosco come tale.
Ogni tanto mi sorprendo a chiedermi: si può guarire? Credo che la risposta sia: dipende, cioè dipende da cosa si intende per guarigione. Per me la guarigione è stata trovare un equilibrio seppur instabile, cogliere gli sparuti incostanti sprazzi di bellezza anche nelle crepe dell’esistenza, sentire e accogliere il desiderio, desiderio di una passeggiata tranquilla la domenica mattina, del caldo abbraccio di un amico, del sapore di un cibo nuovo, di un tè caldo in compagnia di un buon libro in una giornata uggiosa che piange tutte le sue lacrime.
La terapia in maniera ferma, asciutta, a tratti severa, mi ha mostrato la possibilità di una via di uscita e questo sguardo nuovo ha reso possibile il cambiamento. Così ho conosciuto (e non uso questo termine a casaccio) la mia famiglia, ho scoperto le loro solitudini, le loro paure e ho iniziato a condividere le mie…ho imparato a prendere l’autobus, a guidare, a resistere in classe senza attacchi di panico, a non vedere in un cucchiaino d’olio un mostro indistruttibile…
E quindi sono qui a raccontare come io oggi, per quanto difficile sia, ogni giorno accetto l’imperfezione, l’insignificanza, la profonda limitatezza e la disarmante impotenza che forse sono quei lati apparentemente oscuri che rendono unica, irripetibile e stupendamente fragile la nostra vita.»